Qui di seguito, autorizzati dall'autore che ringraziamo, il testo della relazione del prof. Gianpasquale Santomassimo (già docente di storia presso l'Università di Siena) per "Patria e Costituzione".Roma, 8 settembre 2018Ci troviamo probabilmente all’interno di una vera e propria rivolta popolare in atto nel continente. Che si esprime nelle forme pacifiche di un sommovimento elettorale e che tende ad assumere, per la disastrosa politica delle sinistre tradizionali, una forte connotazione di destra, dal punto di vista politico e culturale. E’ un esito che non giunge per la verità inatteso, che viene dopo un quarto di secolo di impoverimento costante, di erosione tangibile delle garanzie dello stato sociale, di stagnazione permanente e di perdita di prospettive credibili per
Topics:
Sergio Cesaratto considers the following as important: destra, Europa, Fassina, Pasquale Santomassimo, Patria e Costituzione, Roma, sinistra
This could be interesting, too:
Sergio Cesaratto writes Draghi mercantilista?
Sergio Cesaratto writes Europa, debito, governo (da Il Sussidiario)
Sergio Cesaratto writes Patto di stabilità: è finita come doveva finire
Sergio Cesaratto writes Nella notte europea tutti i Patti sono stupidi I
Roma, 8 settembre 2018
Ci troviamo probabilmente all’interno di una vera e propria rivolta
popolare in atto nel continente. Che si esprime nelle forme pacifiche di
un sommovimento elettorale e che tende ad assumere, per la disastrosa
politica delle sinistre tradizionali, una forte connotazione di destra,
dal punto di vista politico e culturale.
E’ un esito che non giunge
per la verità inatteso, che viene dopo un quarto di secolo di
impoverimento costante, di erosione tangibile delle garanzie dello stato
sociale, di stagnazione permanente e di perdita di prospettive
credibili per le generazioni più giovani. Assistiamo a una gigantesca
sostituzione di rappresentanza sociale, che vede i ceti popolari cercare
spesso a destra protezione e sicurezza (sicurezza che è una dimensione
globale, che significa in primo luogo sicurezza del lavoro e nel lavoro,
sicurezza sul terreno della salute e dell’assistenza, e che solo in
ultima analisi significa anche tutela dell’ordine pubblico). Una
inversione di ruoli e di rappresentanza di ceti e di stili di vita,
raffigurato plasticamente da tutte le analisi del voto degli ultimi
anni, che hanno contrapposto benestanti soddisfatti dei centri cittadini
a popolo delle periferie che esprimeva un bisogno al tempo stesso di
ribellione e di protezione. E lasciando alla sinistra la rappresentanza
di un ceto medio più o meno riflessivo, fatto di benestanti soddisfatti
degli esiti provvisori della globalizzazione e dei diritti civili
acquisiti.
Ma quel segno prevalente di destra non è univoco: dove
esiste una nuova sinistra degna di questo nome, essa prende le distanze
dai miti dell’ultimo trentennio e partecipa in forma autonoma alla lotta
contro l’establishment europeo. Anche dalla sua capacità di incidere
dipenderanno gli esiti finali di questo processo.
La sinistra italiana purtroppo non fa parte di questo quadro.
E invece avremmo bisogno di una sinistra che sappia parlare al popolo,
di intenderne quantomeno i problemi. Potremmo anche parlare di
populismo, senza rinchiuderci in dotti seminari su Laclau. Populismo e
non plebeismo o peggio ancora, come si dice oggi, “gentismo”,
collegandoci invece alla tradizione del movimento operaio italiano.
Ha senso proporsi di riorganizzare la sinistra solo se si ha
l’obiettivo di contendere alle destre il consenso popolare, non
schierarsi dalla parte delle oligarchie o rinserrarsi nel presidio del
3-4 per cento a cui si riduce da un decennio la cosiddetta “sinistra
radicale” nel suo complesso, del tutto incapace di parlare alla società
italiana.
Come siamo arrivati a questo? Perché un paese che
aveva prodotto una delle sinistre più agguerrite del continente si è
ridotto a elaborare il lutto dell’assenza e dell’irrilevanza?
Gli
storici dell’immediato futuro dovranno ripercorrere senza sconti la
parabola dolorosa che porta dall’eredità di Gramsci e Matteotti fino a
Benetton. Si può e si deve tornare indietro, senza eccedere, alla
ricerca dei limiti di una tradizione, individuando però i momenti e i
nodi decisivi, che vedono probabilmente la grande mutazione della
rivoluzione individualistica degli anni 80 come tornante decisivo di una
storia nuova nella quale siamo stati immersi fino ad ora. Ma questo
vale per tutto l’Occidente; per il nostro paese la soluzione di
continuità avviene all’inizio degli anni 90. Oggi comprendiamo bene che
accanto alle tappe cruciali dello smantellamento del sistema politico
per via giudiziaria e dell’abbandono della civiltà del proporzionale per
via referendaria bisogna mettere a fuoco anche e soprattutto
l’accettazione del “vincolo esterno” dei trattati europei, che
interviene proprio negli ultimi sussulti di un sistema politico
destinato a venire travolto ben presto dagli eventi.