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“Non sono Stato io”: Massimo Pivetti su sinistra e Stato

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Rilanciamo un breve articolo di Massimo Pivetti pubblicato su Costituzionalismo.it (FASCICOLO 3 | 2017, 16 gennaio 2018) sull'anti-statalismo della sinistra che ha purtroppo radici intellettuali profonde (anche se storicamente comprensibili). Naturalmente il ruolo insopprimibile dello Stato in una socialdemocrazia e a maggior ragione nel socialismo pone problemi molto rilevanti relativi alla sua democraticità (dal punto di vista dei lavoratori naturalmente). La sinistra è però sfuggita ai problemi al suo solito modo, con scorciatoie quali l'anti-autoritarismo anarcoide. Sulla dottrina marxista dello Stato. Una nota nel centenario della Rivoluzione d’ottobredi Massimo PivettiSommario: 1. Due compiti della sinistra; 2. Una cultura borghese illuminata e la suaestinzione; 3. Sulle basi

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Rilanciamo un breve articolo di Massimo Pivetti pubblicato su Costituzionalismo.it (FASCICOLO 3 | 2017, 16 gennaio 2018) sull'anti-statalismo della sinistra che ha purtroppo radici intellettuali profonde (anche se storicamente comprensibili). Naturalmente il ruolo insopprimibile dello Stato in una socialdemocrazia e a maggior ragione nel socialismo pone problemi molto rilevanti relativi alla sua democraticità (dal punto di vista dei lavoratori naturalmente). La sinistra è però sfuggita ai problemi al suo solito modo, con scorciatoie quali l'anti-autoritarismo anarcoide.
Sulla dottrina marxista dello Stato. Una nota nel centenario della Rivoluzione d’ottobre
di Massimo Pivetti

Sommario: 1. Due compiti della sinistra; 2. Una cultura borghese illuminata e la sua
estinzione; 3. Sulle basi culturali dell’azione politica della sinistra; 4. La tesi
dell’incompatibilità tra “Stato” e “libertà”; 5. Dottrina marxista dello Stato ed
esperienza storica; 6. Influenza negativa della dottrina.

1. Due compiti della sinistra
Fino a una quarantina di anni fa, all’interno del capitalismo industrialmente avanzato,
nella sinistra era ancora diffusa la consapevolezza che ciò che poteva indurre i capitalisti e
i loro rappresentanti a fare delle concessioni importanti sul terreno economico era solo il
timore di perdite maggiori, o addirittura il timore di perdere tutto. In generale, dunque, che
i suoi compiti avrebbero dovuto essere sostanzialmente due: riuscire a tenere sempre vivo
questo timore; sapere di volta in volta come sfruttarlo, ossia avere chiari i programmi e le
misure necessarie a migliorare, attraverso l’intervento dello Stato, le condizioni di vita e
di lavoro dei salariati e delle masse popolari – in pratica, le misure necessarie a migliorare
il funzionamento stesso del capitalismo. Veniva al riguardo tenuto presente, da un lato,
che a fronte di livelli di attività stabilmente elevati, quindi anche di una massa di profitti
stabilmente elevata, i capitalisti e i loro rappresentanti avrebbero potuto col tempo
abituarsi a considerare come normale un minor saggio di rendimento del capitale, finendo
per accettare margini di profitto più contenuti e una minore quota dei redditi da capitale e
impresa nel prodotto; dall’altro, che una parte della borghesia, la parte più istruita e
socialmente sensibile, avrebbe anch’essa ricavato senso di tranquillità e di benessere da un
contesto culturale e sociale non eccessivamente degradato e sufficientemente coeso;
quindi, che avrebbe potuto essere indotta a sostenere, piuttosto che a contrastare, misure di
riformismo socialdemocratico.

Ma anche se nel corso degli ultimi 40 anni la sinistra europea non avesse perso
completamente la bussola, i due compiti appena indicati sarebbero oggi decisamente più
ardui che alla fine della seconda guerra mondiale; questo, nonostante il cattivo andamento
del capitalismo avanzato e l’esplosione delle disuguaglianze al suo interno abbiano finito
per fornire elementi oggettivi di affermazione di istanze di rinnovamento in senso
socialista della società. L’esistenza dell’URSS e le sue realizzazioni furono infatti nel
primo trentennio postbellico i principali elementi fondanti della forza della sinistra – in
particolare della forza sia del PCF che del PCI – in quanto prove solide della possibilità
per i lavoratori di sottrarre con successo alla borghesia il controllo esclusivo della
macchina dello Stato e dunque basi reali della minaccia del sovvertimento dell’ordine
sociale in Europa. Con il peggiorato funzionamento e l’indebolimento dell’URSS dalla
fine degli anni ’60, l’appannarsi progressivo della sua immagine e proiezione
internazionale e infine la sua implosione, il comunismo europeo rapidamente si indebolì
per poi sparire anch’esso del tutto.

2. Una cultura borghese illuminata e la sua estinzione
Essenzialmente alla minaccia della sovversione comunista si dovette dopo la guerra lo
stesso prevalere in Europa di classi politiche e dirigenze statali progressiste, spesso capaci
di fare buon uso di una cultura borghese illuminata di cui il keynesismo costituì una
componente importante ma non l’unica. In Francia, ad esempio, era presente da tempo una
solida tradizione culturale progressista, specialmente in campo storiografico e giuridico,
ben espressa dalle idee e dai programmi governativi di vecchi esponenti importanti della
sinistra non comunista come Jean Jaurés e Leon Blum. Nella stessa Inghilterra,
nell’immediato dopoguerra, idee e programmi governativi di personaggi come William
Beveridge e Clement Attlee furono da essi sviluppati abbastanza indipendentemente dalle
concezioni keynesiane. Anche la sinistra comunista con responsabilità di governo andò
allora sostanzialmente a rimorchio della cultura sociale della borghesia illuminata,
contribuendo alla sua traduzione in impianti concreti di politica economica: il comunista
francese Ambroise Croizat, ministro del lavoro dal 1945 al 1947, istituì in Francia la
“Securité social” chiaramente ispirandosi al piano Beveridge.
All’estinguersi della minaccia della sovversione comunista si “estinse” in Europa anche la
borghesia illuminata, insieme alla sua cultura economica e sociale progressista. E non
appena quella cultura finì definitivamente in soffitta all’inizio degli anni ‘80, iniziò a
sparire anche la sinistra: il neoliberismo della borghesia divenne rapidamente anche la sua
cultura[1].

3. Sulle basi culturali dell’azione politica della sinistra
Merita a questo punto rilevare che le basi culturali dell’azione politica di tutta la sinistra
europea dalla fine della seconda guerra fino alla grande svolta di politica economica dei
primi anni ’80 furono contrassegnate da un’importante assenza: l’analisi economica di
Marx. Due circostanze possono contribuire a spiegare il fenomeno. La prima è la scarsa
conoscenza effettiva di quell’analisi da parte della sinistra politica, comunisti inclusi:
un’assenza di dimestichezza con la critica dell’economia politica e con l’analisi marxiana
dei limiti del modo di produzione capitalistico, paradossalmente diffusa tra gli stessi
marxisti (fino a Bad Godesberg questo fu un po’ meno vero per la sinistra tedesca, grazie
soprattutto alla diffusa conoscenza tra le sue fila degli scritti della Luxemburg [2]).
Naturalmente, la scarsa conoscenza scientifica dei limiti del capitalismo ha ostacolato
seriamente la capacità della sinistra di prefigurare dei rimedi per poi cercare di imporne
l’adozione. La seconda circostanza ha invece a che vedere con la prospettiva
rivoluzionaria del superamento del capitalismo, che non ha favorito l’elaborazione di una
concezione dell’azione politica come sforzo diretto al miglioramento del suo
funzionamento attraverso l’intervento dello Stato. In una prospettiva rivoluzionaria, la
natura di classe dello Stato, concepito come mera sovrastruttura giuridica dei rapporti di
produzione e sfruttamento capitalistici, porta a vederlo come il nemico numero uno del
proletariato: fortezza da abbattere piuttosto che strumento utilizzabile anche per la difesa
dei suoi interessi e il miglioramento delle condizioni materiali di vita delle masse.
Sarebbe difficile negare che le premesse di questa visione si trovino effettivamente in
Marx. Nel Capitale il potere dello Stato è per lo più descritto in termini di violenza
concentrata e organizzata della società – di potere utilizzato dalla borghesia per la gestione
del conflitto di classe, per l’indispensabile lavoro di sorveglianza e più in generale per
l’esercizio delle funzioni specifiche connesse, nel modo di produzione capitalistico, con
“l’antagonismo tra il governo e la massa del popolo”. I servitori dello Stato vengono poi
inclusi tra i “lavoratori improduttivi” e qualora lo Stato impieghi anche lavoratori salariati
in miniere, ferrovie etc., esso opererebbe semplicemente come “capitalista industriale”, il
carattere privato o statale del processo di produzione venendo considerato sostanzialmente
indifferente. Quanto al debito pubblico e al sistema fiscale ad esso corrispondente (le
entrate dello Stato servendo nell’analisi marxiana soprattutto a coprire il pagamento degli
interessi sul debito), non si tratterebbe che di aspetti del più generale processo di
“capitalizzazione della ricchezza e di espropriazione delle masse”. Naturalmente lo Stato
spesso interviene con le sue leggi anche nelle fabbriche, per regolare il salario, del lavoro a
cottimo o a giornata, la lunghezza della giornata lavorativa, il lavoro dei minori e delle
donne etc. Marx sembra ritenere che sia appunto solo in questa sfera – una sfera
prettamente sindacale – che la classe lavoratrice possa riuscire a strappare delle conquiste
importanti. Nel suo discorso inaugurale all’Industrial Working Man’s Association (Prima
Internazionale, 1864-1876), fondata dieci anni dopo l’estinzione del Cartismo, Marx così
descrisse l’eredità di quel movimento di classe: “Dopo aver combattuto per trent’anni con
la più ammirevole perseveranza, i lavoratori inglesi sono riusciti a conquistare le Dieci
Ore.[…] La legge sulle Dieci Ore non è stata soltanto un’importante provvedimento
pratico; è stata la vittoria di un principio; per la prima volta, in piena luce del sole,
l’economia politica della borghesia ha dovuto cedere all’economia politica della classe
lavoratrice”[3]. Egli appare nel complesso poco propenso a riconoscere che “l’economia
politica della classe lavoratrice” possa riguardare anche la politica economica generale dei
governi, che possa cioè puntare a sottrarre in parte alla borghesia l’utilizzo del potere dello
Stato in funzione del miglioramento persistente delle condizioni generali di vita della
massa del popolo.

4. La tesi dell’incompatibilità tra “Stato” e “libertà”
Consideriamo un po’ più da vicino la dottrina marxista dello Stato, quale la troviamo
ricostruita e sviluppata da Lenin in Stato e rivoluzione (1917) sulla base degli scritti più
rilevanti di Marx e Engels sulla questione[4]. In essa si riconosce che una repubblica
democratica sia la forma migliore di Stato per il proletariato nel capitalismo: il peso dei
rapporti capitalistici di produzione e distribuzione sulla massa del popolo è minore nella
repubblica borghese più democratica che in quella meno democratica. Lo Stato nasce dal
bisogno di tenere sotto controllo e moderare gli antagonismi di classe, sicché la natura dei
suoi interventi dipende dai rapporti di forza effettivi tra di esse e contribuisce a sua volta a
determinarli. Engels osserva al riguardo che vi sono periodi in cui l’equilibrio tra le classi
contrapposte è tale da far apparire lo Stato come un mediatore al di sopra delle parti; in
realtà non lo è mai – egli argomenta – ed interviene più a favore dell’una o dell’altra a
seconda, appunto, dei loro rapporti di forza. In assenza dunque delle condizioni per la
distruzione dello Stato borghese, per la classe lavoratrice si sarebbe trattato di riuscire a
orientarne almeno in parte il potere a proprio favore. Non viene insomma negata
l’importanza per il proletariato di cambiamenti dei rapporti di forza in vista del
conseguimento, attraverso lo Stato, di miglioramenti nelle sue condizioni generali di vita.
Tuttavia oggi possiamo affermare che nel corso degli ultimi 70 anni la dottrina marxista
dello Stato non ha reso nel complesso un buon servizio alla causa della classe lavoratrice
nel capitalismo. Con la sua insistenza su un futuro di libertà in cui la macchina dello Stato
sarebbe stata relegata «nel museo delle anticaglie, insieme al telaio a mano e all’aratro di
bronzo» (Engels), essa ha contribuito suo malgrado alla persistenza di un diffuso
antistatalismo nella cultura di sinistra. La tesi di un’incompatibilità prospettica tra la
nozione di “libertà” e quella di “stato” – la tesi che «non appena diverrà possibile parlare
di libertà lo stato come tale avrà cessato di esistere» (Engels), che «allorquando ci sarà
libertà, non ci sarà più alcuno stato»[5] – ha contribuito a relegare in secondo piano la
consapevolezza che, nel capitalismo, è soprattutto attraverso il potere dello Stato che la
classe lavoratrice può riuscire a ridurre la pressione su di essa esercitata dalla borghesia.
La dottrina marxista dello Stato postula che esso non potrebbe che estinguersi quando non
vi fossero più classi. Il comunismo renderebbe lo Stato completamente inutile perché non
ci sarebbe più alcuna classe da sopprimere. Ma tra la borghesia e il proletariato c’è
un’asimmetria importante che la sinistra di classe in Europa e altrove ha paradossalmente
perso di vista: mentre il secondo può fare a meno della prima – ossia può “sopprimere” i
capitalisti – la prima non può sopprimere il secondo senza sopprimere anche se stessa. Nel
conflitto di classe, in altre parole, la borghesia non può andare “fino in fondo” ed è
pertanto condannata a fare continuamente i conti col rischio di essere soppressa come
classe. Proprio questa asimmetria è dopo tutto la base della possibilità per la classe
lavoratrice di riuscire a condividere in parte con la borghesia il potere dello Stato, ossia la
base di ogni conquista importante che essa riesca a strappare ai capitalisti e ai loro
rappresentanti. L’antagonismo di classe deve infatti essere continuamente tenuto sotto
controllo e contenuto, con mezzi che dipendono di volta in volta dalle «forze relative dei
combattenti» (Marx); è appunto attraverso la condivisione del potere dello Stato che ha
luogo questo contenimento.

5. Dottrina marxista dello Stato ed esperienza storica
Ma oltre ad aver contribuito suo malgrado all’antistatalismo diffuso nella cultura di
sinistra, si può dire che la dottrina marxista dello Stato contenga al suo interno dei limiti
che oggi possiamo ben cogliere alla luce dell’esperienza storica. Perché mai lo Stato
dovrebbe tendere ad estinguersi a seguito della socializzazione dei mezzi di produzione e
del superamento dell’antagonismo di classe? L’esperienza accumulatasi dalla Rivoluzione
d’ottobre sembra aver privato di ogni solido fondamento la tesi che una società senza
classi non abbia bisogno dello Stato.
La ragione più ovvia è quella che venne indicata da Stalin nel suo rapporto al 18°
Congresso del PCUS nel marzo del 1939[6]. La tesi dell’estinzione dello Stato poggiava
crucialmente sull’ipotesi di una vittoria della rivoluzione su scala mondiale, sicché ciascun
paese socialista sarebbe stato circondato da altri paesi socialisti. Altrimenti,
l’accerchiamento capitalista e la connessa minaccia esterna rendeva del tutto inconcepibile
che all’interno di un paese divenuto socialista lo Stato potesse iniziare ad esservi relegato
nel “museo delle anticaglie”. Ci troviamo qui di fronte, non tanto all’impossibilità del
socialismo in un paese solo, quale era stata sostenuta da Trotzkij[7], quanto
all’impossibilità dell’estinzione dello Stato nel socialismo in un solo paese[8].
Più complesse sono le ragioni interne, connesse con il funzionamento dell’economia e
della società socialista, che rendono difficilmente concepibile l’estinzione graduale dello
stato proletario prodotto dalla vittoria della rivoluzione. La dottrina marxista dello Stato
considera il potere politico come l’espressione ufficiale dell’antagonismo di classe nella
società civile, sicché una volta che le classi fossero sparite anche lo Stato dovrebbe finire
per subire la stessa sorte. Il punto è che classi e antagonismo di classe potrebbero
riformarsi: perché mai la loro iniziale abolizione dovrebbe essere irreversibile? A meno di
considerare l’avvento della società senza classi come una sorte di fase storica finale della
civiltà dell’uomo, allo Stato proletario non sarebbe concesso di potersi gradualmente
estinguere perché esso dovrebbe continuare a guardarsi dal rischio di essere sostituito da
un altro tipo di Stato, e ciò che col tempo tenderebbe a cambiare sarebbe solo la forma di
volta in volta assunta da questo rischio.
Ma i lavoratori avrebbero bisogno dello Stato non solo, inizialmente, per vincere la
resistenza degli sfruttatori, e, in seguito, per continuare a difendersi dal rischio di essere
scalzati dal potere. Dopo la sua conquista, i lavoratori avrebbero persistentemente bisogno
dello Stato per far funzionare l’economia socialista. L’esperienza ha dimostrato che non si
tratta di un bisogno temporaneo, destinato a venir meno col passare del tempo e il
cambiare delle abitudini della massa del popolo; neppure, che si tratta di un compito
meramente tecnico-amministrativo. Il fatto che il proletariato non abbia bisogno della
borghesia, non comporta che l’organizzazione e il funzionamento dell’economia socialista
possano fare a meno dello Stato e di un governo politico. Al contrario, le funzioni dello
Stato non possono che aumentare a dismisura con la trasformazione del capitale in mezzi
di produzione di proprietà collettiva. Anche se le decisioni principali sono prese dai
lavoratori, organizzati in «corpi simultaneamente legislativi e esecutivi» (Marx), sul
modello della Comune di Parigi, alla macchina dello Stato borghese deve sostituirsi una
macchina capace di tradurre quelle decisioni in produzione effettiva di beni e servizi e
nella loro distribuzione tra la popolazione; una macchina composta oltre che di tecnici,
ingegneri, agronomi etc., di funzionari pubblici di ogni ordine e grado – non importa
quanto “revocabili e modestamente pagati”[9]– capaci di coordinare l’intero processo
produttivo della nazione per dare esecuzione concreta alle istruzioni dei lavoratori.
L’eliminazione delle classi e dello sfruttamento non elimina poi i problemi del controllo e
della disciplina dei singoli lavoratori nel processo produttivo. Si tratta di problemi che
cambiano di natura ma che non spariscono nell’economia socialista; essi tendono piuttosto
a divenire più acuti a causa dell’assenza della disciplina capitalistica di fabbrica connessa
con la minaccia della disoccupazione, un’assenza che deve essere sostituita da qualche
forma più complessa e politica di controllo sui singoli lavoratori da parte della collettività
– ossia, appunto, attraverso «lo speciale apparato coercitivo che si chiama stato»[10].
L’esperienza ha mostrato che forme di “autocoercizione”, come le gare di emulazione
socialista tra i lavoratori, non sono riuscite alla lunga ad assicurare l’autodisciplina
richiesta; in particolare, non sono riuscite a contenere la tendenza dei lavoratori a
“risparmiarsi” il più possibile nella sfera della produzione – tendenza naturale in qualsiasi
economia industrialmente sviluppata, non importa se capitalista o socialista, in cui la
grande maggioranza dei lavori non presenta alcun interesse per chi li svolge, a parte
ovviamente quello di costituire fonti di reddito.
Di fatto, si può affermare che la convinzione di Engels, condivisa da Lenin, secondo cui
l’estrema semplificazione delle funzioni dello Stato nel socialismo avrebbe fatto loro
perdere ogni carattere politico, trasformandole in semplici funzioni amministrative che
tutti sarebbero stati in grado di svolgere[11], sia stata completamente invalidata
dall’esperienza delle difficoltà crescenti, non solo tecnico-amministrative ma politiche,
incontrate dalla società socialista sia nella pianificazione centrale del processo produttivo
che nella gestione dei problemi del controllo e della disciplina. L’esperienza ha mostrato
che con la scomparsa delle classi lo Stato cambia ovviamente natura ma non può tendere
ad estinguersi. Semplicemente, il suo ruolo politico primario cessa di essere quello di
moderare l’antagonismo di classe affinché non sia messo a repentaglio l’ordine borghese e
diviene quello di difendere il nuovo ordine dalla minaccia esterna e di farlo funzionare al
meglio per riuscire a preservarlo.

6. Influenza negativa della dottrina
Si è suggerito sopra che la tesi di un’incompatibilità di fondo tra la nozione di Stato e
quella di libertà e l’insistenza su un futuro di libertà in cui la macchina dello Stato sarebbe
stata relegata nel museo delle anticaglie non abbiano reso un buon servizio alla causa del
proletariato nel capitalismo. Torniamo brevemente sulla questione a conclusione di questa
nota.
Negli scritti di Engels sulla questione dello Stato e in Stato e rivoluzione vengono criticati
sia il punto di vista di Kautsky che quello anarchico o “antiautoritario”[12]. Ma la critica è
ben più aspra, e la presa di distanza decisamente più marcata, nei confronti del primo che
del secondo. La posizione di Kautsky viene ripetutamente definita come “opportunista”,
l’obiettivo del proletariato nelle condizioni date non potendo per lui essere la distruzione
del potere dello Stato ma il cambiamento dei rapporti di forza al suo interno in vista di
concessioni specifiche da parte del governo in carica o la sua sostituzione con un altro
meno ostile al proletariato[13]. Il contrasto con gli “antiautoritari”, invece, non
sussisterebbe se essi si limitassero a predicare contro l’autorità politica, contro lo Stato:
«Tutti i socialisti – aveva scritto Engels ricevendo alla vigilia della Rivoluzione d’ottobre
la piena approvazione di Lenin – sono d’accordo sul fatto che lo stato, e con esso l’autorità
politica, sparirà come risultato della rivoluzione sociale, ossia che le funzioni pubbliche
perderanno il loro carattere politico per essere trasformate in semplici funzioni
amministrative». Gli “antiautoritari” sono criticati in quanto propugnano l’estinzione
immediata dello Stato, sostenendo che la sua abolizione possa e debba avvenire anche
prima che siano state abolite le condizioni che ne hanno determinato l’esistenza. Ma la
dottrina anarchica, anche se concepisce la fine dello Stato come l’atto iniziale della
rivoluzione sociale, anziché come l’esito di un processo graduale di estinzione automatica,
condivide pur sempre con la dottrina marxista l’obiettivo dell’abolizione di ogni autorità
politica.
Sarebbe difficile negare l’influenza negativa esercitata da questo denominatore comune
delle due dottrine sulla cultura generale della sinistra; il contributo da esso dato alla sua
inattitudine a prefigurare autonomamente delle soluzioni progressive dei principali
problemi sociali – delle soluzioni capaci in particolare di contrastare, attraverso il
rafforzamento dello Stato, un crollo del potere politico-contrattuale del lavoro dipendente
come quello cui abbiamo assistito all’interno del capitalismo avanzato nel corso degli
ultimi decenni. La dottrina marxista dello Stato, in altri termini, non può considerarsi
estranea alla visione dell’intervento statale in funzione dell’interesse collettivo come «una
gigantesca mistificazione»[14], né, più in generale, alla diffusa insofferenza “di sinistra”
verso ogni forma di autorità e di potere.

______________________________________________________________________
[1] Sulla subalternità della sinistra nei confronti della cultura economica dominante, si
veda A. Barba, M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Imprimatur, Reggio
Emilia, 2016.
[2] In particolare della sua Accumulazione del capitale del 1913 e dell’Anticritica
pubblicata postuma nel 1921 (entrambe le opere sono state pubblicate in Italia da Einaudi
nel 1960 con una introduzione di P.M. Sweezy).
[3] Cit. in M. Beer, The Life and Teaching of Karl Marx, International Publishers, New
York, 1929, p. 183. La maggior parte dei membri inglesi del comitato direttivo della Prima
Internazionale provenivano dalla Universal League for the Material Elevation of the
Industrious Classes: erano noti capi sindacali, ex seguaci di Owen e del movimento
cartista, movimento il cui carattere può considerarsi particolarmente ben illustrato dalle
parole pronunciate nel 1838 a Manchester da un oratore cartista di fronte a 200.000
lavoratori: «Il Cartismo, amici miei, non è un movimento politico che punti a strappare dei
successi elettorali. Il Cartismo è una questione di coltello e forchetta: la Carta significa un
alloggio decente, cibo e bevande di buona qualità, prosperità e una giornata lavorativa più
corta» (cit. in F. Engels , The Conditions of the Working Class in England in 1844 (1845) ,
Oxford University Press, Oxford, 1993, p. 237).
[4] Si farà riferimento all’edizione inglese di Stato e rivoluzione, corredata di numerose e
utili note redazionali, contenuta nel secondo volume di The Essentials of Lenin in Two
Volumes, Lawrence & Wishart, Londra, 1947. Gli scritti di Marx e di Engels in base ai
quali Lenin illustra e sviluppa in Stato e rivoluzione la dottrina marxista dello Stato sono,
del primo: Miseria della filosofia (1847), Manifesto del Partito comunista (con Engels,
1848), Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte (1852), Lettera a Weydemeyer (5 marzo 1852),
Critica del programma di Gotha (1875), Lettera a Kugelmann (12 aprile 1871) e La
guerra civile in Francia (1891); del secondo: La questione delle abitazioni (1872),
Dell’autorità (1874), Lettera a Bebel (18/28 marzo 1875), Anti-Dühring (1878), L’origine
della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884), Per la critica del progetto di
programma di Erfurt (1891), Prefazione alla Guerra civile in Francia di Marx (1891),
Introduzione a Cose internazionali estratte dal Volksstaat 1871-75 (1894).
[5] Lenin, The State and Revolution, cit., p. 206.
[6] I brani di quel rapporto che riguardano la dottrina di Marx e Engels sullo Stato sono
riportati in una nota redazionale alle pp. 211 e 212 di The State and Revolution, cit., e sono
tratti da J. Stalin, Problems of Leninism, ed ingl. 1943, pp. 656-7 e 662. Ampi brani del
rapporto di Stalin al 18° Congresso sono riportati anche in Kelsen [1948], La teoria
politica del Bolscevismo e altri saggi di teoria del diritto e dello Stato, a cura di R.
Guastini, il Saggiatore, Milano, 1981, pp. 62-5.
[7] Cfr. L. Trotzkij, Il “socialismo in un paese solo” (1936), in La rivoluzione
permanente, Einaudi, Torino, 1967.
[8] Kelsen osserva che la posizione sostenuta da Stalin al 18° Congresso rappresenta
«davvero un mutamento radicale della dottrina sviluppata da Marx ed Engels, che
evidentemente non previdero, o non presero in considerazione, la situazione che sarebbe
esistita nel caso che il socialismo fosse stato realizzato solo in uno Stato circondato da
Stati capitalistici» e aggiunge che «Ciò che Stalin disse dello Stato sovietico è vero pure
rispetto al diritto sovietico, poiché lo Stato non può venire separato dal diritto. Quando lo
Stato, e quindi il diritto, viene riconosciuto come un’istituzione essenziale, allora non c’è
alcuna ragione politica per negarne il carattere normativo» (H. Kelsen [1955], La teoria
comunista del Diritto, Edizioni di Comunità, Milano, 1956, pp. 171-2). Qualche anno
prima Kelsen aveva indicato «questa ‘lacuna’ della teoria marxista dello Stato: i
fondamenti del socialismo scientifico ignorano la necessità di conservare la macchina
coercitiva dello Stato anche dopo l’instaurazione del socialismo, laddove tale obiettivo sia
raggiunto solo entro un singolo Stato. Tale lacuna non fu colmata da Lenin. … Di
conseguenza, Stalin deve correggere non solo Marx ed Engels, ma anche – compito
alquanto delicato per un bolscevico – Lenin» (Kelsen, La teoria politica del Bolscevismo e
altri saggi, cit., p. 63).
[9] The State and Revolution, cit., p. 174.
[10] Ibid., p. 202.
[11] Cfr. ibid., pp. 182, 210-11 e 222-23.
[12] Si veda ibid., pp. 182-3 e 218-223.
[13] Lenin critica come opportuniste specialmente le tesi sostenute da Kautsky nel 1912
sulla Neue Zeit in polemica con Antonie Pannekoek (cfr. Lenin, The State and Revolution,
cit., pp. 218-23).
[14] L. Althusser, Marx nei suoi limiti (1978), Mimesis althusseriana, Milano, 2004, p.
133.
(da Costituzionalismo.it FASCICOLO 3 | 2017 16 gennaio 2018)

Sergio Cesaratto
Sergio Cesaratto (Rome, 1955) studied at Sapienza, where he graduated under the direction of Garegnani in 1981 and received his doctorate in 1988. He obtained a Master's degree in Manchester in 1986. He worked as a researcher at CNR where he was of Innovation Economics. In 1992 he became a researcher at La Sapienza, and then associate professor in Siena where he teaches Economic Policy and Development Economics.

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