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Intervista a Il sussidiario

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J’ACCUSE/ “La Bce vuole la recessione e colpisce due volte l’Italia” Pubblicazione: 21.12.2022 - int. Sergio Cesaratto La Bce cerca una recessione per far diminuire l’inflazione e colpisce doppiamente l’Italia che si troverà quindi in grandi difficoltà Continuano a far discutere le decisioni prese dalla Banca centrale europea la scorsa settimana e le parole di Christine Lagarde pronunciate in conferenza

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J’ACCUSE/ “La Bce vuole la recessione e colpisce due volte l’Italia”

- int. Sergio Cesaratto

La Bce cerca una recessione per far diminuire l’inflazione e colpisce doppiamente l’Italia che si troverà quindi in grandi difficoltà

Continuano a far discutere le decisioni prese dalla Banca centrale europea la scorsa settimana e le parole di Christine Lagarde pronunciate in conferenza stampa. Tra le altre cose, la presidente dell’Eurotower ha fatto ben intendere che c’è “una lunga strada da fare” e che quindi nel 2023 i tassi verranno rialzati ancora e in modo continuo. Secondo Sergio Cesarattoprofessore di politica monetaria europea nell’Università di Siena e autore di Sei lezioni sulla moneta. La politica monetaria com’è e come viene raccontata (Diarkos), “si vuole evidentemente dare un segnale ai sindacati europei di non azzardare richieste di adeguamenti salariali pena rialzi dei tassi ancora più drastici. Il segnale è anche alle finanze pubbliche”.

Ovvero?

Non osate remare contro la restrizione della domanda, anzi collaborate, perché il costo in termini di tassi di interesse di un orientamento espansivo, volto a sostenere famiglie e imprese, vi potrebbe costare ancor di più. L’obiettivo è quindi una recessione, dovuta al calo dei redditi reali delle famiglie e a politiche fiscali più restrittive, in modo da far diminuire la domanda globale di energia e di beni intermedi e così influire sui loro prezzi. In altri termini l’obiettivo sarebbe ridurre la domanda al livello di un’offerta compressa da fattori quali strozzature nelle catene del valore globali, difficoltà di reclutare mano d’opera (si dice) e, soprattutto, ridotta disponibilità e altissimi prezzi delle fonti energetiche. L’aumento dei tassi di interesse, facendo apprezzare l’euro, agevola l’obiettivo antinflazionistico riducendo il prezzo dei beni importati. Il punto è che la recessione, influenzando negativamente gli investimenti, ostacola la ristrutturazione verde dell’economia e la sostituzione con produzioni interne degli approvvigionamenti sinora giunti dalla Cina (il processo di de-globalizzazione insomma). Al riguardo, il rallentamento dell’economia cinese che segue il fallimento della strategia anti-Covid di Pechino ha effetti contraddittori: di minore domanda cinese per materie prime ed energia, ma anche di ulteriori difficoltà negli approvvigionamenti che riceviamo da lì.

Giovedì scorso sono stati forniti anche i primi dettagli sul cosiddetto Qt: da marzo verrà ridotto l’ammontare dei reinvestimenti netti dei titoli di stato che giungono a scadenza e non è detto che dopo possano esserci ulteriori strette sui titoli detenuti dalla Bce. Cosa ne pensa?

La Bce vuole rafforzare il messaggio verso alcuni Paesi (leggi l’Italia) perché non si azzardino ad accrescere disavanzi e debito. Di questo ulteriore messaggio recessivo non si sente proprio la necessità. È molto pericoloso: la Bce scherza col fuoco del debito italiano. Il nostro Paese è doppiamente colpito: direttamente dall’aumento dei tassi, e indirettamente dagli effetti che l’incremento dei tassi (che aumenta il rischio default o Italexit) ha sugli spread coi Bund tedeschi. Be’, è un po’ troppo! Aggiungerei che, non trattandosi di combattere un’ inflazione da eccesso di domanda, è legittimo chiedersi se la restrizione monetaria sia lo strumento idoneo.

Viste queste due decisioni nel loro complesso, si può dire che alla Bce abbiano vinto i falchi?

Sembra proprio di sì. L’aumento degli spread va peraltro contro l’obiettivo che la Bce ha della uniforme trasmissione della politica monetaria a tutti i Paesi dell’euro area. La Bce deve perlomeno assicurare il rollover (rinnovo) del debito acquistato in questi anni. Il Governo dovrebbe alzare la voce su questo facendosi forte della necessità, riconosciuta anche nei documenti della Bce e della Commissione, che politica fiscale e monetaria siano in sintonia.

Secondo la Bce, se ci sarà recessione in Europa, sarà “relativamente breve e poco profonda”. Una previsione ottimista?

Non lo so. Ma anche se lo fosse, Paesi come il nostro escono da quindici anni di crisi, preceduti dalla stagnazione che ha accompagnato l’adesione alla moneta unica. Il drammatico calo demografico ne è un riflesso. Poi il nostro Governo ci mette del suo, favorendo i ceti che evadono le tasse e colpendo il ceto medio, quei cinque milioni di italiani che stanno un pochino meglio e con le imposte che pagano sino all’ultimo centesimo su stipendi e pensioni sorreggono lo stato sociale e costituiscono il nerbo del Paese nelle imprese e nella Pubblica amministrazione. È semplicemente vergognoso, e Il Sole e Lavoce.info l’han ben documentato. Come minimo l’adeguamento delle pensioni all’inflazione dovrebbe essere per tutti almeno sino a 2.500 euro netti mensili. Ma il dito medio della Santanché agli studenti e ricercatori universitari nel 2005 la dice lunga sulla mentalità di questo Governo.

Abbiamo assistito a un brusco rialzo dello spread da giovedì. Se questa è la reazione dopo un “annuncio”, cosa ci dobbiamo aspettare nei prossimi mesi quando la stretta diventerà sempre più concreta?

La Lagarde ha infatti invitato l’Italia ad affrettarsi a sottoscrivere il Mes.

La presidente della Bce ha detto che spera che l’Italia vari la riforma del Mes. Cosa ne pensa?

Non è questa la strada per migliorare la governance europea. Il recente documento della Commissione europea introduce sì elementi di flessibilità nelle politiche di rientro dal debito, ma attraverso un suk di contrattazioni bilaterali fra Paesi e Commissione, e comunque l’obiettivo non è una politica fiscale comune ma vincoli e poi vincoli, come sempre. E il Mes è un tampone alla greca nel caso che un Paese sia sull’orlo del default (o euroexit). Anche il Whatever it takes di Draghi ancora potenzialmente operativo è subordinato all’ingresso di un Paese in un programma Mes. Nulla di positivo. Nulla nella direzione di un coordinamento fiscale e monetario europeo. Potrebbe l’adesione al “nuovo Mes” tranquillizzare i mercati? Marginalmente forse sì, ma al prezzo di non mettere mai in discussione l’assetto europeo. “Il presidente” del Consiglio dei ministri, dovendo ripulire il suo CV, è filo-europeista e filo-atlantista. Fra l’altro così l’Italia non agisce in senso moderato nella guerra Nato-Russia, una delle cause dell’inflazione.

Tenendo conto di tutti questi fattori, come arriverà l’Italia al tavolo della riforma del Patto di stabilità?

Lo vedremo. Naturalmente le difficoltà sono oggettive. L’Europa va bene così com’è alla Germania, che anzi è fin troppo tollerante nei nostri confronti – tant’è che Berlino rifiuterà il suk sugli obiettivi fiscali di cui abbiamo parlato sopra. Troppo politico, la Germania vuole automatismi. Tranne quando è lei a violare i vincoli europei, come ha fatto per anni con quello sugli avanzi con l’estero. Il Governo Meloni potrebbe in realtà essere quello giusto per farci ingoiare l’Europa com’è. Le odiose misure sui rave parties sono un assaggio di repressione sociale. Come mi suggerisce uno dei miei acuti ragazzi: ma i fiumi di coca nelle discoteche dei Vip, quelli no?

Intanto per fronteggiare la crisi energetica l’Ue ha finalmente, dopo mesi di trattative e rinvii, annunciato un price cap sul gas. Cosa ne pensa?

Non sono esperto di prezzi dell’energia. Vorrei che l’Europa discutesse di pace, di una qualche mediazione fra Russia e Ucraina, un peace-cap al prezzo dell’energia, per così dire. Quello sì sarebbe utile.

(Lorenzo Torrisi)

Sergio Cesaratto
Sergio Cesaratto (Rome, 1955) studied at Sapienza, where he graduated under the direction of Garegnani in 1981 and received his doctorate in 1988. He obtained a Master's degree in Manchester in 1986. He worked as a researcher at CNR where he was of Innovation Economics. In 1992 he became a researcher at La Sapienza, and then associate professor in Siena where he teaches Economic Policy and Development Economics.

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